Dopo il super tuesday aumentano le possibilità di vedere una donna alla Casa Bianca

Dopo il super tuesday non è ancora possibile affermare con assoluta certezza che Hillary Clinton abbia in mano la nomination del Partito Democratico, ma è certo che i numeri e quella cosa che nella politica americana chiamano “momentum” – e che potrebbe essere tradotto come la parte da cui spira il vento di un’elezione dal punto di vista politico, mediatico, narrativo – sono tornati decisamente dalla sua parte.

La svolta è probabilmente avvenuta prima: una più grande in South Carolina, preceduta in realtà da una piccola e molto significativa nei caucus del Nevada. Entrambi questi appuntamenti elettorali hanno rimesso la campagna elettorale in carreggiata, confermandone la solidità e uno dei punti chiave di forza di Hillary e cioè il grande sostegno delle minoranze, prima fra tutti l’afroamericana e poi quella latina. Quest’ultima in particolare era meno scontata e ha contribuito a indebolire la possibilità di Sanders di allargare i suoi recinti elettorali.

Nonostante alcune cornici interpretative che alla stampa spesso piace trasmettere ininterrottamente, la realtà è che non è solo la rodata macchina organizzativa clintoniana a portare questi risultati. E nemmeno le risorse, tanto più che Sanders ha raccolto ben 13 milioni di dollari in più in febbraio rispetto alla Clinton (43 milioni contro 30, peraltro uno dei pochi dati positivi con cui il senatore del Vermont può guardare alle primarie da qui in avanti), e secondo il suo comitato più di metà delle donazioni alla ex first lady sono arrivate online, con una media di 50 dollari.

È ovvio che organizzazione e risorse non sono ininfluenti ma il fatto che Hillary abbia un forte curriculum personale di battaglie a favore delle minoranze non può essere ignorato, a partire dagli albori del suo impegno pubblico e politico, dal movimento per i Diritti Civili alle lotte legali e sociali in difesa dei bambini. Accanto a questo, è importante la forte vicinanza a Barack Obama e la scelta di mettersi a difesa e in totale continuità con la sua amministrazione.

Allo stesso modo non si può ignorare che Bernie Sanders abbia faticato fino ad ora ad uscire dalla cerchia dei bianchi liberal ben istruiti, che peraltro in parte continuano a votare comunque Hillary, finora in percentuali che dovrebbero mantenere tranquilli i sonni di quest’ultima. Come è stato detto, per Sanders in generale è difficile scrollarsi di dosso l’etichetta del “single issue candidate”, il candidato di bandiera su un tema specifico – in questo caso la lotta contro gli interessi delle grandi corporation e di Wall Street – e incarnare una statura presidenziale, per la quale innanzitutto gli mancano l’esperienza internazionale e probabilmente il peso per gestire un Congresso attualmente a maggioranza repubblicana.

Il dibattito su quanto sia davvero socialista, socialdemocratico di ispirazione scandinava o “democratic socialist”, come lui preferisce dire, in realtà ha una risonanza diversa qui da noi rispetto allo scenario statunitense. Può portare a riflessioni interessanti sul sistema economico americano nel suo complesso e sicuramente attira alcuni gruppi, ma non può alla fine prescindere dalle proposte concrete dei candidati.

Uno di questi gruppi è quello giovane e bianco, che rappresenta il grosso del sostegno e dell’entusiasmo verso Sanders e che alcuni sondaggi presentano come fortemente attratto dal tema della “rivoluzione politica” al cuore della retorica del senatore del Vermont. Non è difficile immaginare alcune delle ragioni per cui Hillary Clinton non sia considerata attraente da questo gruppo. Sarebbe interessante approfondire il ragionamento dal punto di vista delle giovani donne, magari seguendo la battuta provocatoria della mitica femminista americana Gloria Steinem che ha parlato del fatto che “le ragazze stanno con Bernie perché è lì che sono i ragazzi”. Una battuta controversa senza dubbio, ma che spinge a riflettere sul punto a cui si trova il femminismo nell’epoca attuale.

È vero comunque che Sanders ha colto e realizzato maggiormente l’esigenza della politica contemporanea, negli Stati Uniti e altrove, di creare movimenti e mobilitazioni per coinvolgere di nuovo le persone. Per fare questo non sono sufficienti i soli leader ed è interessante notare come secondo alcuni non ci sia riuscito neppure Barack Obama, nonostante le premesse.

Tornando alle proposte politiche concrete comunque, non è sorprendente scoprire che le posizioni di Hillary Clinton e di Bernie Sanders non sono così distanti e in molti casi sono sovrapponibili. È vero che su alcune questioni lui è più a sinistra, per esempio nella proposta di rendere totalmente gratuita l’istruzione universitaria tassando Wall Street, quando lei invece promuove agevolazioni e abbassamento dei tassi di interesse sui prestiti. O ancora sull’importo proposto sulla paga minima oraria, o sulla necessità di superare l’Obamacare per spostare il programma a sinistra, contrapposta all’idea di migliorarlo. Ma queste sono differenze che si possono leggere anche con le lenti del realismo e della fattibilità, o per lo meno con la necessità di vincere a novembre cercando anche qualche pezzo di voto moderato. A maggior ragione se il candidato repubblicano dovesse essere davvero il super divisivo Donald Trump.

L’impostazione sociale delle politiche è in molti casi condivisa tra i due candidati (un paio di temi per tutti: l’esigenza di eguaglianza salariale tra uomini e donne, l’indennità e il congedo di maternità o la proposta di superare le carceri private), come peraltro è stato riconosciuto dagli stessi nei dibattiti che ci sono stati e che in generale hanno trasmesso una bella immagine del Partito Democratico. Questo soprattutto in contrapposizione con quello Repubblicano, in cui Trump viene percepito come agente esterno dai dirigenti del partito, che peraltro non sono ancora riusciti a convergere su un’unica alternativa tra Cruz e Rubio e in cui molti degli elettori di questi ultimi e degli altri candidati, dichiarano che non voterebbero Trump se avesse la nomination.

Non sono male in questo momento insomma le prospettive per il partito dell’asinello, anche grazie all’ottimo livello del dibattito che finora in sostanza hanno mantenuto entrambi i candidati. Al momento Sanders continua a dichiarare di rimanere pienamente in campo, visto che hanno votato solo 15 stati e ne mancano 35 e non nasconde di puntare allo stato industriale del Michigan per risollevare le sorti della sua corsa. Il campo dell’ex segretario di Stato ha già fatto sapere che matematicamente questo non basterebbe e ha già iniziato a spostare il target della campagna verso Donald Trump. Ma in politica e soprattutto nelle primarie americane, è meglio non dare nulla per scontato.

Diciamo che ora le possibilità di vedere a novembre la prima donna della storia alla Casa Bianca sembrano abbastanza buone. Si tratta di un donna sui generis è vero, il cui legame con un ex presidente non è una caratteristica comune. Ma non dobbiamo dimenticare che entrambi, Bill e Hillary, non vengono da storie familiari particolarmente agiate o con pedigree politico: lui da una madre single abbandonata da un padre alcolista, lei da una casalinga e da un piccolo commerciante. Una storia affascinante, che se nel caso di Bill è stata baciata anche da un dono naturale per la politica, in quello di Hillary ha significato soprattutto un duro, paziente, costante lavoro. E in fin dei conti, può darsi che soltanto qualcuno un po’ sui generis possa spaccare quel soffitto di cristallo che tiene fuori le donne dall’impiego politico più potente e in vista al mondo. Qualcuno che apra la strada per le altre e che mostri alle bambine che davvero possono diventare tutto quello che vogliono.

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