Obama a Hiroshima. Una ferita ancora aperta.

È difficile per noi europei comprendere pienamente cosa significa oggi l’orrore di Hiroshima, sia per gli statunitensi che per i giapponesi e più in generale gli asiatici. Il fatto che la visita di un presidente in carica avvenga solo ora, con una gestione attentissima ad annunciare da settimane che le scuse non sono mai state un’opzione sul tavolo, dimostra da un lato tutta la sensibilità degli americani sul tema: la maggioranza ritiene ancora che si sia trattato della decisione migliore per mettere fine alla guerra e salvare il maggior numero di vite che un’invasione di terra avrebbe messo a repentaglio. Vite americane “e giapponesi”, come viene sempre specificato, per allontanare lo spettro del razzismo che accompagna questa valutazione. Razzismo che raggiunse forti picchi durante il conflitto: non importa citare i campi di internamento su suolo americano, basta cercarsi i fumetti a sfondo razzista dell’insospettabile mito dei bambini Dr Seuss,  il creatore del Grinch.

Dall’altro lato il viaggio di Obama andava calibrato in modo da tenere conto della sensibilità dei popoli asiatici che hanno subito la dominazione dell’impero giapponese: una ferita ancora apertissima. Molto più che in Europa. Basta pensare che solo qualche mese fa il Giappone ha presentato scuse ufficiali alla Corea del Sud per le donne utilizzate come shiave sessuali all’epoca, le cosiddette “comfort women”. È anche in questa chiave infatti che va letto questo viaggio, oltre a quella dello sforzo Obama verso quel disarmo nucleare che gli è valso un Nobel per la pace, ma che è ancora lontano dall’essere realizzato. Lo scenario dei rapporti tra Giappone, Cina, Corea del Sud resta complesso. Con la minaccia della Corea del Nord che incombe. E con un Paese del Sol Levante impegnato sotto Shinzo Abe a normalizzare la sua condizione, anche alleggerendo i vincoli pacifisti previsti dalla Costituzione. Questo con il sostegno americano e con un po’ di polemiche interne, anche se le giovani generazioni probabilmente sentono come meno stringenti gli obblighi derivanti dalla seconda guerra mondiale. Una normalizzazione che spaventa i Paesi limitrofi che, appunto, con toni più o meno accesi, ci hanno tenuto a sottolineare che la visita di Obama non deve significare trasformare il brutale aggressore giapponese in vittima.

Tutto questo emerge dalla stampa americana in questi giorni e, per l’appunto, dimostra come sia importante la differenza di approccio, politico ma anche storiografico, verso gli avvenimenti. Anche i più grandi, anche i più iconografici. È ovvio che per noi Hiroshima abbia significati ben diversi. Emotivi, politici, culturali, geografici. Quelli di uno sbaglio terribile. Del valicamento di un confine insuperabile. Ma è difficile interpretare allo stesso modo i fatti sulle due sponde dell’Atlantico, una reduce da Pearl Harbor e dall’aver mandato la “greatest generation” a combattere una guerra lontana e per molti versi “di altri”. Una nazione intrisa di un patriottismo fatto di forti componenti moralistiche.

In quel contesto risulta ancora difficile vedere obiettivamente cose come il dibattito su quanto effettivamente il Giappone fosse in ogni caso vicino alla resa, su quanto Truman fosse consapevole dei dati reali, su quanto invece fosse spinto da altri obiettivi come la dimostrazione di forza verso l’Unione Sovietica o anche semplicemente dalla terribile curiosità di testare davvero questa nuova spaventosa arma. Cose come l’incongruenza della narrazione ufficiale con la scelta di sganciare non una ma ben due bombe e scegliere come obiettivi città popolose con le conseguenze apocalittiche che tutti sappiamo.

Ancora una volta su tutto questo vediamo all’opera l’approccio pragmatico di Obama. Quello di un Presidente che ancora una volta ha fatto la storia. Con un po’ di equilibrismo, è vero. Portandosi dietro qualche prigioniero di guerra americano che fu in mano giapponese e decidendo solo all’ultimo di incontrare i sopravvissuti. Ma mandando comunque un messaggio simbolico forte: quello della necessità di un “risveglio morale” affinché nel presente si impari dal passato. Affinché non si “ripeta il male” di cui parla anche l’iscrizione del memoriale di Hiroshima, e a proposito della quale il New York Times si interrogava in questi giorni: “intenderanno la guerra in generale o il bombardamento nucleare?”, dimostrando ancora una volta che certe ferite sono ancora aperte e che interpretazioni univoche e accettate da tutti sono ancora lontane.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *